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Adesso mi guardi, sfoderi un sorriso di polivinilcloruro e credi di avermi conquistata. Ti lascio fare e ti ascolto con la faccia da pesce lesso. Penserai che sono una scema, ma la luce che sfiora di taglio i tuoi occhi persi in farneticazioni su proteine in polvere e anabolizzanti mi rivela quanto lo scemo sia tu, che indossi un paio di New Balance e un borsello a tracolla, e quando parte qualche lagna cantata da Diana Ross ti fermi, provi a scassinare l’entrata nei miei sentimenti e mi dici: Madonna, che bella che è ’sta canzone. I due televisori alle pareti dell’aero club sono sintonizzati su un canale che trasmette solo musica incisa prima del duemila. Dici che erano gli anni d’oro, e il tuo sguardo si fa d’ombra mentre ripensi alla tua giovinezza. Hai quarantatré anni e un’esistenza devastata: delle tue due figlie, una ti odia e l’altra ti chiama papozzolo, e credimi se ti dico che non saprei dirti qual è peggio tra le due. Le vai a prendere all’uscita da scuola, le accompagni a judo, mi racconti, le aspetti sotto casa della madre quando ogni tre settimane sono costrette a trascorrere due giorni di fila con te. Sei pelato e fai il commercialista, anzi non sei del tutto pelato, perché il trapianto a Istanbul non avrà funzionato come ti aspettavi, ma qualche pelucco da neonato te l’ha lasciato. Hai un bel fisico però, o questo sostieni mentre ...
Entrava in quel luogo nello stesso modo degli altri: penetrando una bolla di petrolio inodore e insapore, il nero davanti e dietro, sopra e sotto; lei avanzava. Avanzava di poco, per salutare: quel corpo alla reception le sorrideva come le volte passate, le consegnava la piantina per orientarsi, a lei come agli altri – corpi che nel nero intravedeva appena. Andavano tutti verso la riunione, in cerca del blu. La piantina mostrava i neri, densi corridoi nei quali si muoveva – le linee verticali e orizzontali – e poi gli sprazzi, di colore primario o defraudati dal colore, bianchi – i rettangoli – lì dove c’erano uffici, sale riunioni, set. Dicotomie. La geometria della ditta era perfetta come i volti e la struttura fisica di chi la mandava avanti. Gli impiegati lì dentro erano una ...
Stende il paio di metri quadrati di polipropilene azzurro e ci si inginocchia sopra nella posa delle preghiere sue, ne accarezza la superficie con gesti ampi e decisi – con ritmo – muovendo le mani dall’interno all’esterno ad appiattirne le rughe, a lisciarle, a nuotare sul pelo di quella plastica cercando una riva che non si vede. E come il risultato lo appaga pesca dal borsone nero un lenzuolo chiaro. Lo apre e lo dispone su quell’altro, corre da un angolo all’altro perché i livelli combacino al meglio, e si inginocchia e nuota le mani sciogliendo il più possibile le pieghe del tessuto. Ancora si tuffa nel borsone e aggancia un oggetto alla volta e lo dispone nell’ordine tutti i giorni uguale – i pacchetti di fazzoletti di carta, i ...

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a cura di Sara Catalano

Quando qualcuno mi chiede cosa deve fare per esordire, dico sempre: scrivere sulle riviste, o ancor meglio fondarne una. Quasi sempre la risposta è uno sguardo stranito, come se la mia fosse una provocazione. Non lo è. E non solo perché è più facile fondare una rivista che scrivere un buon romanzo (farla vivere e prosperare, quello è più complicato, certo). La questione riguarda anzitutto lo scouting letterario: è ancora diffusa la credenza che per arrivare a una buona casa editrice le si dovrebbe inviare un manoscritto, il che equivale a mettersi in calzoncini corti fuori da San Siro nella speranza che passi Zhang (o Scaroni) e ci faccia un triennale da cinque milioni l’anno. In realtà, nella maggior parte dei casi, sono gli autori a venire trovati dagli editor, e gli editor li cercano sulle riviste. Ma non solo: scrivere sulle riviste, o ancor meglio averne fondata una, dimostra alle case editrici che siamo in grado di nuotare nell’aspro mare letterario anche da soli, e che saranno quindi minori le probabilità di finire stritolati da un sistema che è sempre stato un tritacarne, e lo è ancor più oggi che i meccanismi della distribuzione ne hanno accelerato in modo esasperato i processi, accorciando di conseguenza la vita attesa di ogni libro, a meno che non funzioni subito. Far parte di una rivista, in genere, garantisce la presenza di una “rete di sicurezza”, composta da altre persone interessate alla nostra scrittura, che potrebbero ospitarla, presentarla, commentarla, e far quindi sì che il nostro libro d’esordio non vada malissimo. Il che non corrisponde a far sì che vada bene, ma è già un primo passo: “Guarda ‘sto tizio, che scrive sulle riviste X e Y e ha fondato la rivista Z,” si dirà l’editor o il direttore editoriale, “magari se lo pubblichiamo non sarà un completo bagno di sangue.”

Ma le riviste non sono solo vivai o palestre. Qualche anno fa, fu proprio una rivista – Verde – a ricordarmelo, dicendo “Palestra? Una sega!”, parole che parafrasavano il nome di una nota rassegna letteraria sotterranea che avevo avuto la ventura di fondare (ecco un altro suggerimento per l’aspirante autore: organizzare rassegne letterarie) per rivendicare la ragion d’essere delle riviste in quanto tali, se non il loro ruolo di avanguardie. «Chiamateci dojo», concludevano quelli di Verde. Avevano ragione, così tanto che usai le loro parole in chiusura di un libriccino sull’insegnamento della scrittura. 

La cosa davvero importante, al di là di ogni considerazione relativa ai meccanismi dello scouting e a quelli del lancio (che pure esistono), è che per l’aspirante autore è fondamentale entrare in contatto con una comunità letteraria – e, se non la trova, crearsela. Perché sarà attraverso questo passaggio che arriverà a uno dei sensi profondi della letteratura: come aveva a dire Bolaño in una frase che mi piace sempre ripetere, i capolavori sono come sequoie o orchidee, ma non si è mai vista una sequoia o un’orchidea spuntare da sola fuori da una foresta o da una giungla. Le comunità letterarie, che possono essere riviste come rassegne o cenacoli di ogni ordine e grado, sono quella foresta. Contribuire a tenerla viva è già una buona ragione per scrivere; e, a quel punto, pubblicare o non pubblicare un libro, farlo prima o farlo poi, sarà una questione secondaria. Perché sarà scontato che prima o poi – quando sarà il momento – avverrà senza bisogno di forzare i tempi.

 

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