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Allora, facciamola breve, che tanto nessuno ha voglia di leggere più di due pagine, tantomeno io di scriverle. Stavo in un alloggio a Torino anni fa. Per fatti miei. Vabbè, lo dico. Anzi no, che il ronzio dei fatti altrui è già troppo invadente e il nostro sé rischia la dissoluzione. Fatto sta che in ’sto alloggio mi sono successe delle cose che ancora oggi hanno l’ambiguità di allucinazioni. Allucinazioni uditive, per essere precisi. Mi pare che la prima volta stavo ascoltando la musica: non me ne accorsi finché la canzone non finì. Forse era Dalla che diceva “Ho suonato due volte anche se avevo la chiave.” E ’sta canzone s’interrompe misteriosa: dummm: così fa: poi si spegne. Ma ’sta volta non s’è spenta e Dalla ha iniziato, per così dire, a mugolare. Ecco, non che mi ritenga un esperto, ma questi mugolii non mi sembravano parte del repertorio onomatopeico di Dalla. Qualcosa non andava. O meglio, andava andava, ma non era Nuvolari, anche perché nella raccolta 12000 lune dopo Non vergognarsi mai c’è Apriti cuore: “In questa notte calda di ottobre, apriti cuore…” fammi entrare, o ti sfondo la porta a suon di colpi. Ma questa è un’altra volta. [...]

Prima giornata

Gli stivali fanno rumore. Il suono della plastica sull’asfalto si ripete sempre uguale a ogni passo, sembra che il tempo sia scandito da questo fastidioso-martellante-insistente-viscido gracchiare. Sta camminando da quattro ore, è stanco e ancora non gli è riuscito di darsi una risposta. Diletta sembra riposata, perfino più riposata di quando erano partiti, il suo viso è rilassato, l’espressione non cambia mai, nemmeno nei tratti più ripidi e faticosi. Lui vuole urlare. 

Perché siamo venuti? Perché decidere di fare così tanta fatica. Deficienti. 

Smettila. Sei tutto un perché, come i figli di Angelo. 

Vaffanculo Angelo, vaffanculo i figli di Angelo, vaffanculo questo cammino. 

Hanno entrambi riso. Poi è passata un’altra ora, nessuno dei due ha parlato e lui vuole ancora urlare. Poco fa si sono messi seduti su una panchina di un cortile privato, li hanno cacciati. Sono adesso sotto un albero alto e grosso, è uscito il sole. Ha smesso di piovere, fa caldo e lui vuole [...]

«Isabella, tesoro, tua zia è tanto infelice.»

Così, con la solita litania, era cominciata la lunga notte precedente, come tante altre prima ancora.

«Isabella, stella, tua zia va a buttarsi sotto al treno.»

E anche se la zia si fosse alzata, dopo aver declamato tragicamente il suo intento suicida, Isabella sarebbe rimasta a letto. Sospettava infatti che mai e poi mai zia Lamberta avrebbe rinunciato a calcare il palcoscenico delle sue tutt’altro che intime sofferenze. Lamberta, dal canto suo – in questo uguale al resto della famiglia – non era certo così ingenua da confidare in alcuna forma di felicità dopo la morte.

Era una notte tra sabato e domenica come tante e Isabella, per accontentare sua madre, era scesa nella grotta per dormire con la zia, che a cena si era lamentata appena più del solito di soffrire di attacchi di solitudine. La grotta era in realtà ormai da qualche anno una deliziosa taverna, completamente rivestita di un legno [...]

«Isabella, tesoro, tua zia è tanto infelice.»

Così, con la solita litania, era cominciata la lunga notte precedente, come tante altre prima ancora.

«Isabella, stella, tua zia va a buttarsi sotto al treno.»

E anche se la zia si fosse alzata, dopo aver declamato tragicamente il suo intento suicida, Isabella sarebbe rimasta a letto. Sospettava infatti che mai e poi mai zia Lamberta avrebbe rinunciato a calcare il palcoscenico delle sue tutt’altro che intime sofferenze. Lamberta, dal canto suo – in questo uguale al resto della famiglia – non era certo così ingenua da confidare in alcuna forma di felicità dopo la morte.

Era una notte tra sabato e domenica come tante e Isabella, per accontentare sua madre, era scesa nella grotta per dormire con la zia, che a cena si era lamentata appena più del solito di soffrire di attacchi di solitudine. La grotta era in realtà ormai da qualche anno una deliziosa taverna, completamente rivestita di un legno [...]

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a cura di Sara Catalano

in collaborazione con CASSIUS&Co.

a cura di Guido Beduschi

Se ogni tanto vi capita di pensare a chi scrive libri, e a come se la passa, la risposta è: molto male.

Ecco cosa frulla in testa a un giovane scrittore (GS) in una giornata tipo. Da quando apre gli occhi a quando chiude il computer. Pubblicherò? Con chi pubblicherò? Come andrà il mio libro? Non ho i contatti giusti. Nessuno recensirà il mio libro. Al Pam oggi e domani fanno il 3×2 sulla bresaola in vaschetta. Non ho letto abbastanza, non ho scritto abbastanza. Non ho abbastanza followers. Devo trovarmi un terzo lavoro, prima devo scrivere una serie per Netflix. Una serie che becchi tutti i trend: draghi poliamorosi, che se le danno con i grandi elettori di Sassonia. E poi vanno a letto insieme. Poi farò un romanzo di successo, poi uno per pochi, poi vincerò il Campiello, poi il Pulitzer. Perché non ho già vinto il Campiello e il Pulitzer? Ansie e ansiette che si infilano sotto le unghie del GS come schegge di bambù.

Il GS, come vedete, sta bruciando. Di che cosa brucia? Di brama, odio e illusione. Di insicurezza. Soprattutto brucia di speranza, che poi è la paura a testa in giù. Il GS, come tutti, vuole farcela. E brucia. Come si spegne questo incendio? Buddha direbbe: mediante il distacco. Staccarsi da tutte le cose, trattarle come un’illusione. Tanto poi si muore. Noi di Galápagos vi proponiamo un’umile alternativa: riuniamoci.

Qualche mese fa ci siamo riuniti tra di noi in un ampio bunker/sottoscala di fianco alla Statale di Milano. Con noi intendo una ventina di scrittrici e scrittori. Giovani e molto giovani. E ci siamo ascoltati. Ogni mercoledì sera. Per due mesi abbiamo letto qualcosa di nostro – racconti, paragrafi, pezzi di romanzi. Qualcuno ha portato delle birre. Qualcuno dopo aver letto aveva le guance accaldate. Dopo ogni brano ci siamo detti cosa ci piaceva e cosa no. Cosa funzionava e cosa faceva schifo. Tutto questo senza pagare. Senza iscriversi a un corso di scrittura. Senza fare dirette Instagram. Abbiamo imparato, spuntato qualche cliché, capito che quel personaggio diceva “cazzo” un po’ troppo. Ma quello che importa, almeno credo, è che per un po’ ci siamo sentiti parte di qualcosa. Qualcosa che nelle nostre vite individuali vai-in-ufficio-fai-qualcosa-e-sei-ore-dopo-esci, non c’è più. Ci siamo sentiti, anche se per poco, parte di una comunità. Una comunità con una narrazione e uno scopo: siamo scrittori e vogliamo scrivere bene. Il resto non ci interessa. Il resto – pubblicheremo? Quando pubblicheremo? Venderemo? Quanto venderemo? ­– ce lo portiamo nel bunker/sottoscala e lo mettiamo in un angolo. E facciamo finta che non bruci così tanto. Almeno per due ore.

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