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Di mare, sesso e storia
Quando, il 4 marzo 1963 (giorno del ventesimo compleanno di Lucio Dalla, n.d.r.), i Beach Boys lanciavano il loro singolo più famoso, Surfin’ USA, probabilmente non immaginavano neanche lontanamente che un giorno il surf sarebbe diventato emblema di una distopia terrena – anzi, marina – fatta di risse e fake news. È vero che – direte voi – eravamo in piena guerra fredda e che, di conseguenza, non ci si potesse meravigliare di nulla, ma qui parliamo dei surfisti di Linda Mar – perdio! –, una spiaggia affollata a dieci miglia da San Francisco dove, secondo quanto scrive Jay Caspian Kang nella sua nuova rubrica sul New Yorker, l’accesso facile ai contenuti online, combinato con la popolarità dei video brevi sui social media, ha contribuito ad aumentare le tensioni e a creare frizioni tra gruppi di surfisti. Va anche detto – nessuno me ne voglia – che nemmeno i Beach Boys erano estranei alle tensioni né tantomeno alle frizioni, come ci racconta Far Out Magazine.

A Linda Mar, tuttavia, la questione è abbastanza seria. È un po’ come se – ci spiega Kang – dei pazzi stessero emulando, con le loro teste bacate, le centinaia di video che [...]

«Ma queste case sono in vendita?». «Sì, bifamiliari a 130 mila euro l’una». «Ah! Beh, niente male». «Sì, ma sei a Palata Pepoli». All’ultima risposta Luca resta a guardarmi con un sorriso sfranto, ha usufruito con nonchalance di cinque cicchetti, di cui gli ultimi due di whisky, il che ha avuto un effetto straniante su di lui perché non si ricordava che il nettare del nord lavora a rilascio controllato e appena ti siedi sfascia e turbina e immalinconisce. Andrea sta contemplando la campagna e mi chiede se quell’appezzamento di fronte casa sia mio, io rispondo di sì e che me ne faccio di poco, perché da questo luogo vorrei congedarmi e volare come un aliante senza rumore sfruttando le sacre correnti del tempo, eppure mi trovo sempre qui a scrivere di quanto vorrei andarmene. Ritorniamo sul discorso delle case e ci rendiamo conto che a Palata probabilmente non se le comprerà proprio nessuno, [...]
Entrano dalle porte che ho forse dimenticato aperte. Alcuni infrangono i vetri delle finestre e si introducono da quelle. Urlo: «Non potete farlo!». Mi ignorano o mi concedono un sorriso derisorio. Cerco di non calpestare i cocci per guardare cosa succede fuori: stanno arrivando gli altri, attraversano il giardino, un animale galleggia a pancia in giù nella piscina gonfiabile. Sono tutti uomini dall’aspetto comune, mi pare strano che nessuno abbia una peculiarità. Hanno facce normali, corpi normali, capelli a spazzola, camicie grigie. Raggiungo il bagno per verificare che anch’io risulti normale. Lo specchio non mi rassicura, tradisce qualcosa di grottesco ma non capisco cosa, forse i seni che mi arrivano all’ombelico. Altri mi hanno parlato di dismorfia: sarà pure dismorfia, ma i seni mi arrivano all’ombelico anche metro alla mano. Intanto gli uomini si disperdono nelle stanze, sento il rumore di ante che vengono aperte e poi chiuse con forza. [...]

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a cura di Sara Catalano

in collaborazione con CASSIUS&Co.

a cura di Guido Beduschi

Quando qualcuno mi chiede cosa deve fare per esordire, dico sempre: scrivere sulle riviste, o ancor meglio fondarne una. Quasi sempre la risposta è uno sguardo stranito, come se la mia fosse una provocazione. Non lo è. E non solo perché è più facile fondare una rivista che scrivere un buon romanzo (farla vivere e prosperare, quello è più complicato, certo). La questione riguarda anzitutto lo scouting letterario: è ancora diffusa la credenza che per arrivare a una buona casa editrice le si dovrebbe inviare un manoscritto, il che equivale a mettersi in calzoncini corti fuori da San Siro nella speranza che passi Zhang (o Scaroni) e ci faccia un triennale da cinque milioni l’anno. In realtà, nella maggior parte dei casi, sono gli autori a venire trovati dagli editor, e gli editor li cercano sulle riviste. Ma non solo: scrivere sulle riviste, o ancor meglio averne fondata una, dimostra alle case editrici che siamo in grado di nuotare nell’aspro mare letterario anche da soli, e che saranno quindi minori le probabilità di finire stritolati da un sistema che è sempre stato un tritacarne, e lo è ancor più oggi che i meccanismi della distribuzione ne hanno accelerato in modo esasperato i processi, accorciando di conseguenza la vita attesa di ogni libro, a meno che non funzioni subito. Far parte di una rivista, in genere, garantisce la presenza di una “rete di sicurezza”, composta da altre persone interessate alla nostra scrittura, che potrebbero ospitarla, presentarla, commentarla, e far quindi sì che il nostro libro d’esordio non vada malissimo. Il che non corrisponde a far sì che vada bene, ma è già un primo passo: “Guarda ‘sto tizio, che scrive sulle riviste X e Y e ha fondato la rivista Z,” si dirà l’editor o il direttore editoriale, “magari se lo pubblichiamo non sarà un completo bagno di sangue.”

Ma le riviste non sono solo vivai o palestre. Qualche anno fa, fu proprio una rivista – Verde – a ricordarmelo, dicendo “Palestra? Una sega!”, parole che parafrasavano il nome di una nota rassegna letteraria sotterranea che avevo avuto la ventura di fondare (ecco un altro suggerimento per l’aspirante autore: organizzare rassegne letterarie) per rivendicare la ragion d’essere delle riviste in quanto tali, se non il loro ruolo di avanguardie. «Chiamateci dojo», concludevano quelli di Verde. Avevano ragione, così tanto che usai le loro parole in chiusura di un libriccino sull’insegnamento della scrittura. 

La cosa davvero importante, al di là di ogni considerazione relativa ai meccanismi dello scouting e a quelli del lancio (che pure esistono), è che per l’aspirante autore è fondamentale entrare in contatto con una comunità letteraria – e, se non la trova, crearsela. Perché sarà attraverso questo passaggio che arriverà a uno dei sensi profondi della letteratura: come aveva a dire Bolaño in una frase che mi piace sempre ripetere, i capolavori sono come sequoie o orchidee, ma non si è mai vista una sequoia o un’orchidea spuntare da sola fuori da una foresta o da una giungla. Le comunità letterarie, che possono essere riviste come rassegne o cenacoli di ogni ordine e grado, sono quella foresta. Contribuire a tenerla viva è già una buona ragione per scrivere; e, a quel punto, pubblicare o non pubblicare un libro, farlo prima o farlo poi, sarà una questione secondaria. Perché sarà scontato che prima o poi – quando sarà il momento – avverrà senza bisogno di forzare i tempi.

 

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