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«Isabella, tesoro, tua zia è tanto infelice.»

Così, con la solita litania, era cominciata la lunga notte precedente, come tante altre prima ancora.

«Isabella, stella, tua zia va a buttarsi sotto al treno.»

E anche se la zia si fosse alzata, dopo aver declamato tragicamente il suo intento suicida, Isabella sarebbe rimasta a letto. Sospettava infatti che mai e poi mai zia Lamberta avrebbe rinunciato a calcare il palcoscenico delle sue tutt’altro che intime sofferenze. Lamberta, dal canto suo – in questo uguale al resto della famiglia – non era certo così ingenua da confidare in alcuna forma di felicità dopo la morte.

Era una notte tra sabato e domenica come tante e Isabella, per accontentare sua madre, era scesa nella grotta per dormire con la zia, che a cena si era lamentata appena più del solito di soffrire di attacchi di solitudine. La grotta era in realtà ormai da qualche anno una deliziosa taverna, completamente rivestita di un legno luminoso. Era stato il padre di Isabella l’artefice della trasformazione, ed era riuscito a concludere i lavori appena prima di partire soldato. Il rivestimento in legno, diceva, avrebbe protetto l’interno dall’umidità del terreno e dal vento salmastro che arrivava dritto [...]

A destra e a sinistra della porta oscillavano palloncini rossi, come grappoli di pendoli rovesciati, che scaldavano a malapena il paesaggio bagnato dell’inverno. Se fossi passato lì di fronte avresti sentito una musica di pianoforte, ovattata e lontana, una melodia molto nota ma impossibile da riconoscere per via dell’ottimo isolamento acustico degli spessi muri di tamponamento, costruiti a regola d’arte dal padrone di casa Luigi Atzori. Se poi fossi entrato, incapace di proseguire per la strada senza prima aver riconosciuto il brano, avresti visto Eleonora di spalle dentro il suo maglione rosso, e in silenzio l’avresti ascoltata suonare e la musica ti sarebbe sembrata perfino più dolce di quella che era, perché appena oltre la soglia ti avrebbe avvolto un tepore di rottura col dicembre che era fuori. Tutto merito dell’isolamento termico a cui Luigi Atzori aveva ambito con tutta la scienza e tutto il cuore che aveva, e che rendeva quella casa così accogliente.

Eleonora suonava per il figlio [...]

La porta asettica sembrava quella di un ospedale, le pareti bianche sapevano di urina e disinfettante. Soltanto i mobili vecchi e scuri, dalle linee arrotondate, parevano richiamare un qualche tipo di vita quotidiana, senza riuscirci. La ragazza alla reception mi conosceva, non alzò lo sguardo dai fogli, o dal cellulare, o da qualunque cosa nascondesse dietro al bancone grigio. Incrociai delle infermiere, una mi fece un cenno col capo, le altre mi evitarono. Erano tutte indaffarate. Nel corridoio era appeso un quadro astratto rassicurante, dalle tinte pastello. Quando entrai nella stanza ventinove neanche mia madre si voltò per salutarmi. Era seduta sul letto nella sua camicia da notte, le coperte fino alla vita. Il suo corpicino scompariva fra le pieghe di quei tessuti abbondanti, come ammucchiati sul nulla. Guardava davanti a sé, la televisione accesa su canale cinque senza volume, un uomo dall’aspetto viscido indicava qualcosa fuori campo. Lei sembrava non accorgersi dello schermo luminoso, le mani macchiate in grembo, [...]

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a cura di Sara Catalano

in collaborazione con CASSIUS&Co.

a cura di Guido Beduschi

Se ogni tanto vi capita di pensare a chi scrive libri, e a come se la passa, la risposta è: molto male.

Ecco cosa frulla in testa a un giovane scrittore (GS) in una giornata tipo. Da quando apre gli occhi a quando chiude il computer. Pubblicherò? Con chi pubblicherò? Come andrà il mio libro? Non ho i contatti giusti. Nessuno recensirà il mio libro. Al Pam oggi e domani fanno il 3×2 sulla bresaola in vaschetta. Non ho letto abbastanza, non ho scritto abbastanza. Non ho abbastanza followers. Devo trovarmi un terzo lavoro, prima devo scrivere una serie per Netflix. Una serie che becchi tutti i trend: draghi poliamorosi, che se le danno con i grandi elettori di Sassonia. E poi vanno a letto insieme. Poi farò un romanzo di successo, poi uno per pochi, poi vincerò il Campiello, poi il Pulitzer. Perché non ho già vinto il Campiello e il Pulitzer? Ansie e ansiette che si infilano sotto le unghie del GS come schegge di bambù.

Il GS, come vedete, sta bruciando. Di che cosa brucia? Di brama, odio e illusione. Di insicurezza. Soprattutto brucia di speranza, che poi è la paura a testa in giù. Il GS, come tutti, vuole farcela. E brucia. Come si spegne questo incendio? Buddha direbbe: mediante il distacco. Staccarsi da tutte le cose, trattarle come un’illusione. Tanto poi si muore. Noi di Galápagos vi proponiamo un’umile alternativa: riuniamoci.

Qualche mese fa ci siamo riuniti tra di noi in un ampio bunker/sottoscala di fianco alla Statale di Milano. Con noi intendo una ventina di scrittrici e scrittori. Giovani e molto giovani. E ci siamo ascoltati. Ogni mercoledì sera. Per due mesi abbiamo letto qualcosa di nostro – racconti, paragrafi, pezzi di romanzi. Qualcuno ha portato delle birre. Qualcuno dopo aver letto aveva le guance accaldate. Dopo ogni brano ci siamo detti cosa ci piaceva e cosa no. Cosa funzionava e cosa faceva schifo. Tutto questo senza pagare. Senza iscriversi a un corso di scrittura. Senza fare dirette Instagram. Abbiamo imparato, spuntato qualche cliché, capito che quel personaggio diceva “cazzo” un po’ troppo. Ma quello che importa, almeno credo, è che per un po’ ci siamo sentiti parte di qualcosa. Qualcosa che nelle nostre vite individuali vai-in-ufficio-fai-qualcosa-e-sei-ore-dopo-esci, non c’è più. Ci siamo sentiti, anche se per poco, parte di una comunità. Una comunità con una narrazione e uno scopo: siamo scrittori e vogliamo scrivere bene. Il resto non ci interessa. Il resto – pubblicheremo? Quando pubblicheremo? Venderemo? Quanto venderemo? ­– ce lo portiamo nel bunker/sottoscala e lo mettiamo in un angolo. E facciamo finta che non bruci così tanto. Almeno per due ore.

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