Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’inflazione

Quando i prezzi salgono, ma gli stipendi no

La luminosità di un obiettivo fotografico è il fattore che determina la quantità massima di luce che può passare attraverso di esso. Più l’obiettivo sarà luminoso meno luce sarà necessaria per scattare una fotografia. Per molti anni l’obiettivo più luminoso al mondo è stato lo Zeiss Planar 50mm f/0,7, realizzato dall’azienda tedesca Carl Zeiss negli anni ’60 su commissione della NASA per scattare fotografie sul lato oscuro della luna, un posto, come si può immaginare, piuttosto buio. Più o meno nello stesso periodo Stanley Kubrick stava girando Barry Lindon, in cui prevedeva alcune scene a lume di candela. Perfezionista e maniacale, Kubrick volle girare queste scene con le candele come unica fonte di luce. Per fare ciò riuscì a comprare tre degli obiettivi che la Zeiss aveva realizzato per la NASA. Non si sa esattamente da chi, e come, ottenne gli obiettivi (di cui in totale ne sono stati realizzati solamente dieci), ma pare che riuscì ad acquistarli ad un ottimo prezzo. Erano, infatti, stati creati per un utilizzo talmente specifico che, al di là dell’agenzia spaziale americana e di un regista genialoide, non avevano mercato. Curiosamente, lo scorso anno uno di questi obiettivi è stato venduto all’asta per la sbalorditiva cifra di 146 mila dollari. Evidentemente, la domanda per questi obiettivi è significativamente cresciuta nel tempo, facendone lievitare il prezzo.

Un fotogramma dal film Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick

Nel corso degli ultimi mesi il prezzo degli obiettivi fotografici ultra-specialistici non è il solo ad essere aumentato: ci siamo tutti accorti di come i prezzi dei beni di consumo siano cresciuti, dai prodotti alimentari, alle automobili, ai materiali da costruzione. Questo aumento generalizzato dei prezzi in economia è chiamato inflazione: un fenomeno di cui improvvisamente siamo tornati a parlare dopo anni. Quest’anno il tasso di inflazione in Europa è aumentato a livelli record: dopo un decennio in cui l’inflazione annuale in Italia a malapena superava l’1%, a settembre l’Istat ha rilevato un tasso annualizzato dell’8,9%, un dato che non si registrava dal 1983. È chiaro a tutti, anche senza i titoli allarmistici dei giornali, come l’inflazione possa essere un problema per l’economia: i prezzi delle cose che compriamo abitualmente salgono, ma i nostri stipendi rimangono gli stessi. Perché l’inflazione aumenta? I prezzi non crescono a causa di un complotto o di un’improvvisa avidità di chi vende i beni o i servizi che noi acquistiamo. I commercianti solitamente aumentano il prezzo dei prodotti che vendono quando riscontrano un aumento della domanda per quei prodotti, proprio come per gli obiettivi di Stanley Kubrick lo scorso anno.

Nel breve periodo, infatti, è più facile aumentare i prezzi piuttosto che aumentare la produzione. Un panettiere che improvvisamente si trova a vendere il doppio del pane che era solito vendere, nell’immediato aumenterà il prezzo per guadagnare di più e solo in un secondo momento, posto che l’aumento della domanda persista, penserà ad acquistare un nuovo forno con quei guadagni extra. In queste condizioni l’inflazione è quindi un segnale positivo: se aumenta la domanda significa che i consumatori sono disposti a spendere di più e quindi che, per qualche motivo, hanno più soldi a disposizione. L’inflazione aumenta infatti quando l’economia è in ripresa.

Si possono però verificare delle situazioni in cui l’inflazione aumenta ma l’economia non cresce. I prezzi possono crescere per fattori diversi dalla domanda, ad esempio a causa di un aumento del costo dell’energia, come è accaduto negli anni ’70 durante la crisi petrolifera. L’energia è necessaria per produrre (e trasportare) qualsiasi cosa, dai macchinari ai prodotti agricoli: un aumento del suo costo costringerà i produttori ad aumentare a loro volta i prezzi di quello che vendono. In questo caso i prezzi salgono senza essere influenzati dalla domanda; anzi, la domanda diminuirà a fronte di prezzi più alti. Questa situazione è chiamata stagflazione, ossia inflazione e stagnazione: l’economia non cresce o si riduce ma l’inflazione rimane alta.

È naturale chiedersi se è quello che sta succedendo anche in questi giorni considerato il rincaro dei prezzi del gas. La risposta, in parte, è sì. Il prezzo dell’energia, aumentato nel solo settembre del 40%, contribuisce all’inflazione, ma non interamente. Una parte è ancora inflazione “buona” cioè dovuta alla ripresa della domanda dopo i lockdown, a cui però si aggiunge un’altra parte, causata dal cosiddetto “supply crunch”. Chiunque abbia comprato una macchina o una moto negli ultimi mesi saprà che i tempi di consegna sono ancora lunghissimi e che i prezzi dell’usato sono anch’essi molto alti. Questo perché il settore automobilistico è tra quelli che hanno più faticato a riprendere i normali ritmi di produzione dopo la fine della crisi dovuta al Covid-19. I motivi sono soprattutto legati alla scarsità di componenti elettronici e ai colli di bottiglia creatisi nella logistica, due fattori a loro volta causati dalla politica “zero Covid” della Cina, dove ancora fino a poche settimane fa vi erano città intere in lockdown.

Il supply crunch costituisce una fonte di inflazione “cattiva”: riprendendo l’esempio di prima, è come se il panettiere non potesse comprare il forno aggiuntivo nemmeno nel medio termine, per cui, alla fine, i suoi clienti, continuando a trovare prezzi più alti del solito, compreranno meno pane. Questi tre fattori sono intersecati ed è difficile stabilire quale sia quello con il maggiore impatto sull’indice dei prezzi. Indubbiamente, il costo dell’energia, le cui cause non sono economiche ma politiche (la guerra in Ucraina), è quello più preoccupante, in quanto ha i maggiori effetti recessivi. Tuttavia, questi effetti a loro volta contribuiscono ad abbassare l’inflazione nel medio periodo. Le aziende stanno anticipando la stangata dei prezzi energetici riducendo ordini e produzione: meno produzione, meno lavoro e meno consumo. Molti consumatori, in vista delle bollette invernali, stanno rimandando acquisti a tempi migliori. Questi aspetti ridurranno la domanda e quindi i prezzi.

È molto difficile prevedere quanto ancora crescerà l’inflazione e soprattutto quando smetterà di crescere. Questo rende il lavoro delle banche centrali e dei governi molto complicato: da un lato, devono implementare misure contro l’inflazione; dall’altro, contrastare la recessione imminente. Due obiettivi difficili da conciliare, ma il perché lo spiegheremo un’altra volta.

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