In M…, einer bedeutenden Stadt im oberen Italien, ließ die verwitwete Marquise von O…, eine Dame von vortrefflichem Ruf, und Mutter von mehreren wohlerzogenen Kindern, durch die Zeitungen bekannt machen: daß sie, ohne ihr Wissen, in andre Umstände gekommen sei, daß der Vater zu dem Kinde, das sie gebären würde, sich melden solle; und daß sie, aus Familienrücksichten, entschlossen wäre, ihn zu heiraten.

 

A M…, importante città dell’Italia settentrionale, la marchesa vedova di O…, signora di ottima reputazione e madre di numerosi figli ben educati, rese noto attraverso i giornali di essere rimasta incinta a sua insaputa; e che se il padre del bambino che doveva partorire si fosse fatto avanti, essa era decisa, per ragioni familiari, a sposarlo.

H. von Kleist, Die Marquise von O. (1808)

C’è stato un tempo in cui avrei voluto fare lo zoologo. Cioè, studiare gli animali. Non proprio tutti, ecco, mi sarei specializzato da qualche parte (avevo all’epoca, e ho ancora, un debole per i cuculiformi. Guardate su Wikipedia, non ve lo spiego qui). Passavo le notti a studiare l’etologia. Poi alla fine ha prevalso una passione più impersonale, se vogliamo, ed eccomi qui, nel settore ricerca e sviluppo di un’azienda chimica.

Essere pagato per stare in laboratorio è meno eccitante di quello che sembra: non faccio ricerca dove pare a me, ma seguo le linee guida di chi mi passa lo stipendio. Pure, è il mio lavoro e non mi dispiace. E poi con gli anni mi sono ricavato molto tempo libero per le altre due mie passioni, una delle quali – la passione domestica, la gioia di stare a casa e di occuparsene – mi accompagna ormai da molti anni.

‘Casa’ la intendo in senso largo: non solo il mio appartamento al terzo piano – scelto apposta perché c’era il giardino condominiale in comune, sennò se poteva andarci solo quello del piano terra, addio che t’amavo – ma anche la mia sezione dello scantinato. C’è un complesso sotterraneo sotto il mio condominio, che si estende su più livelli. Il palazzo, un mostro di cemento ingentilito dal verde dei suoi alberi, fu costruito negli anni Settanta per inquilini ricchi che avevano ciascuno la sua cassaforte e molti quadri, pellicce e gioielli da nascondere. Io non ho questo genere di beni, per cui nel mio scantinato ho costruito una copia precisa del mio laboratorio in azienda. Non solo ci posso entrare solamente io, ma sono anche l’unico a sapere che esista.

Mi piace pensare che un giorno ci morirò anche. Ho appeso al soffitto due cisterne di un acido di mia fattura, una delle tante piccole cose delicate e mortali che escono dalla mia testa. Se un intruso entrasse, aprirei le cisterne e tutto verrebbe sciolto – non resterebbe traccia di tutto il mio lavoro, e nemmeno dell’intruso. Ma indipendentemente dall’intruso, è un ottimo sistema per quando volessi andarmene con dignità. Fa male, ma dura davvero poco.

C’è anche un armadio dove tengo le mie tute. Tutte nere, coprono anche gli occhi – ci vedo con un sistema a infrarossi. All’atto di infilarmi quella per questa sera, controllo di avere messo tutte le fiale nel mio zaino, poi spengo le luci, chiudo la porta a chiave, la camuffo con una finta porta per cassaforte, ed eccomi nel giardino, dove accedo da un cunicolo che ho scavato io. È dicembre ed è buio pesto in giro, la zona è residenziale ma ci sono pochi lampioni e tutti per le strade, non nei giardini. Muovendomi da un boschetto all’altro, dopo un chilometro arrivo alla villetta dei Filippini, seminascosta da una quindicina di aceri e ginkgo completamente spogli. Mi preparo alla lunga e faticosa procedura di disattivazione dell’allarme, se non che quei due imbecilli non lo hanno nemmeno inserito – è già la terza visita che faccio, quando pensano di usarlo, con tutti i soldi che ci hanno speso…? La gente è pazza. Apro la porta con la chiave che ho copiato a tempo di record un giorno che Mara l’ha lasciata incustodita in un cassetto dell’ufficio, ed entro nella villetta deserta.

Anzitutto, controlliamo se nei boiler è tutto come dovrebbe essere. Li ispeziono uno per uno nell’oscurità, in cucina e nei bagni. La concentrazione del mio preparato è molto forte in tutte le cisterne di acqua che servono la casa, e anche nelle tubature. Dunque, è da due mesi che Mara si beve la mia roba – l’effetto non può avere tardato a manifestarsi. Direi che se voglio agire stanotte, è il momento di svuotare nelle cisterne un paio delle fiale che mi sono portato dietro.

Clic, clic, dentro tutto. Una, due, tre fiale – crepi l’avarizia. E se oggi fanno gli originali e non si bevono il solito bicchiere d’acqua prima di andare a letto, o non si fanno la doccia, o non si lavano nemmeno la faccia, farò in modo che se lo bevano comunque alla festa di Natale. Tanto arrivati alla saturazione, la molecola non fa più effetto e viene denaturata immediatamente. Mi dileguo dalla casa, stando attento a non spostare niente, chiudo a chiave, ed eccomi di nuovo nel boschetto. Passa qualcuno per strada – subito mi stendo a terra. Attendo il silenzio, mi rialzo, torno a casa per una via diversa da quella da cui sono venuto, e mi metto in ghingheri per la festa.

Tutta roba aziendale, che vi credete. Passerei molto più volentieri il tempo con gli amici. Ma i Filippini (Mara e lo scemo del villaggio che si è sposata) sono miei colleghi – reparto vendite, non sono in laboratorio – ed è lì che stasera li sto per incontrare. Bisogna che monitori bene la situazione, ma senza essere troppo invadente: non voglio che in mezzo a tutta la gente con cui parleranno si ricordino di me in particolare.

L’unico lato positivo di queste due penose ore a scambiarmi sguardi imbarazzati con facce da culo che non sanno cosa dirmi è il buffet, davanti al quale non sono mai timido. Rischio d’inciampare in non so che festone di Natale finito a terra ma mi riprendo con nonchalance. Parlo un po’ a caso non ricordo con chi, poi finalmente vengo risucchiato dal gruppo in cui si sono anche Giorgio e Mara.

– ennesimo tentativo di

– notato anche questa, che poi è il motivo per cui

– divorzi facili, ma l’hai mai visto un film sul divorzio, non esistono divorzi facili

– contratto, ma manca la firma sull’applicativo

impensabile che con la scusa di farsi il terzo yacht questo non

Faccio sì con la testa e inserisco il generatore di frasi a caso. Con la coda dell’occhio guardo Mara attraverso il mio calice di spumante. È a braccetto con Giorgio, che parla con l’amministratore delegato. Giorgio stasera è smagliante. Si vede che sta simpatico a Orlietti, che gli ha fatto pat pat sulla spalla per ben tre volte. Ad un certo punto i due mi notano e vengono a fare due chiacchiere con me.

– Giusto tu, Sergino!

– Ehi Giorgio. Buonasera presidente.

– Ma dai scemo, dammi del tu.

– Contento che nevica, Sergino?

– Certo. Io adoro la neve.

– Prima o poi mi spiegherai perché.

– Sono nato in un paesino di montagna, replico. – Nevicava tutti gli inverni. Era bello.

– Ah, beato te. Io vengo dalla bassa. Provincia di Cremona. Che palle, la nebbia. Da ottobre a maggio non si vedeva niente. Pensa Orlietti, se andavi in camporella dovevi stare attento o a forza di rotolarti finivi con la tipa di un altro.

Orlietti ride, io per comprimere la nausea bevo lo spumante alla goccia.

– Se vivi in pianura la nebbia è un problema, confermo, e Orlietti fa sì con la testa. Arriva Domenicucci che fa la solita domanda poco delicata:

– Insomma, voi due bei giovani, quando ce lo fate un bambino?

…ma manco fossi la loro nonna, Domenicucci. Giorgio è imbarazzato e dice che per quest’anno lasciamo perdere, la promozione è nell’aria (strizzatina d’occhio a Orlietti) e si lavora tanto, magari l’anno prossimo quando avranno più tempo. Giorgio vorrebbe poi insistere con qualche aneddoto sulla Erasmus ubriaca che incontrò quella volta a Luino ma non resisto e vado a prendere un piatto di gamberetti. Tornando, do un’occhiata a Mara che ha appena finito il suo calice. Ne prendo uno pieno dal vassoio che gira e glielo offro. Mi ringrazia, mi sorride e iniziamo dieci minuti di conversazione. Mentre parla, la squadro. Si tiene la mano sulla pancia: c’è qualche dolore, senza dubbio. E da quando è qui è andata in bagno quattro volte. Forse qualche perdita. Forse l’ovulazione è stata un po’ brusca? Pazienza, da stanotte non sarà più un problema.

– Ma adesso sei in laboratorio con Santangelo?

– Sì.

– E cosa ne pensi?

– Niente di che. È un bravo chimico. So che si è laureato con Galbani, il mio vecchio relatore. Ma per ora ci ho parlato pochissime volte, l’hanno assunto il quindici.

– Io sarei curiosissima.

Si mette la mano davanti alla bocca e strabuzza gli occhi. Inclino la testa a sinistra, incuriosito.

– Lo sai, è… è… dai, lo sai.

– Non ti seguo.

– Pozzi lo ha visto in un bar sabato scorso! Ma forse tu non lo sai.

– No, cosa?

– Era vestito da donna!

– Ah. E?

– Era vestito da donna!

– Ho capito, e quindi?

– Ma… Sergio!

– Cosa?

– Ma era vestito da donna!

– Era sabato sera. Non stava mica lavorando.

– Ma che discorsi.

– Non capisco quale sia il problema.

– Per te non è strano…?

– No. Mica spara ai bambini. E poi uno nel tempo libero farà un po’ quello che vuole.

Scoppia a ridere, e andandosene a braccia alzate mi urla, senza punteggiatura:

– Ah, se poi viene in laboratorio con il culo di fuori problema tuo

Raggiunge Giorgio ridendo, si abbracciano, lui le dice che deve smetterla di bere tanto e di spettegolare sui colleghi, e che magari al lavoro Santangelo è normale.

 

Ho visto quello che ho visto e sentito quello che ho sentito. Tempo mezz’ora, qualche altra stronzata, e poi via nella notte, con la neve che riprende a cadere. Devo pensare che è carina, alta un metro e ottanta, dieci decimi da ogni occhio, nessun difetto cardiaco congenito, praticamente un toro. Devo pensare solo a questo.

 

Tornato a casa, scendo nuovamente nel mio laboratorio. Ho lasciato acceso il computer per sbaglio – lo spengo subito. Tutti i miei preparati sono nelle loro boccette, il frigo e il freezer funzionano regolarmente, direi quasi che mi fanno le fusa – e ho pulito tutto il pianale per gli esperimenti, tranne quella macchia di solvente che è rimasta lì dall’anno scorso e non va più via. Più di tutto mi eccita questa massa di odori, le colture di ormoni nelle vasche di liquido amniotico ogni tanto impazziscono e secernono le più atroci miscele. Mi rimetto la tuta, i guanti, ripesco lo zaino con le quattro siringhe (due di emergenza) e la pistola, il lubrificante, il Cialis perché non si sa mai, e la bomba per andarsene con dignità. È collegata via GPS al computer del laboratorio: se la faccio esplodere, parte l’acido dopo dieci secondi, e così oltre che andarmene io se ne va anche tutto il mio lavoro. Certo, perché lasciarlo a qualcuno…? Tanto sto già lasciando al mondo quello che veramente conta, da anni ormai.

Attendo con pazienza nel boschetto di aceri, appiattito a terra come un serpente, che i Filippini rientrino, un po’ brilli, nella loro villetta. Mara osserva che hanno di nuovo dimenticato l’allarme, Giorgio replica che non sa chi cazzo possa entrare lì dentro, Mara risponde non so, uno che vuole i nostri soldi, Giorgio entra per ultimo chiudendo la porta e commentando che tanto è tutto in banca o su cartella drive. Mi avvicino strisciando sotto la finestra del bagno. Qualcuno si sta facendo una doccia. È Mara. Giorgio cerca di partecipare ma lei non ne ha mezza, vuole solo lavarsi in santa pace, ci sta mezz’ora a quaranta gradi, poi entra lui, altra mezz’ora a quaranta gradi. Meglio di così non so davvero cosa pensare. Di solito in inverno ci si lava di meno. Tempo una mezz’oretta ed entro serenamente dalla porta principale, con la solita chiave copiata, e cammino a grandi falcate verso la camera da letto, dove li trovo entrambi a dormire della grossa.

Con la mano dentro lo zaino, stretta sul calcio della pistola, mi avvicino e controllo a entrambi il fondo degli occhi, il polso – li pungo ripetutamente con uno spillone. Niente, coma farmacologico. Appena iniziato, a giudicare dalla percentuale che hanno nel sangue del mio preparato. Almeno altre cinque ore e saranno come morti.

So cosa state pensando. No, non è un sonno senza sogni. E no, non ci sarà nessuna amnesia. I momenti di assenza, per così dire, sono sempre sospetti. Ti capita una cosa strana, vai a ripensare al passato, ed ecco che ti accorgi di quella famosa sera di cui non ti ricordi niente, anzi pare che hai dormito dieci ore, ti avranno mica drogato e stuprato…? E da lì è un attimo a risalire a me. No no, questi ricorderanno tutta la serata, compreso un naturalissimo sonno improvviso, forse per avere bevuto un po’ troppo. E adesso stanno pure sognando. La molecola che ho sintetizzato va ad agire sulla neocorteccia, stimolandola a caso, e provocando una serie di immagini oniriche del tutto scollegate tra loro, ma così vivide che alcuni dei miei pazienti (diciamo così) le scambiano per ricordi di quella notte in cui invece erano in coma mentre me li stavo scopando.

Mi libero di Giorgio sistemandolo nell’angolo opposto del letto, tolgo le coperte a Mara, la metto in posizione, la spoglio, controllo minuziosamente le labbra, la cervice uterina, il clitoride. Il cocktail di ormoni che sciolgo nella loro acqua da settimane, innocuo per Giorgio, dovrebbe avere indotto l’ovulazione di Mara, regolando il ciclo in modo che stanotte sia il periodo di massima fertilità. Idealmente, la molecola dovrebbe anche avere provocato eccitazione – e di conseguenza, abbondante lubrificazione – in tutta l’area genitale dieci minuti dopo il sonno. Di fatto mi sembra che qui manchi ancora qualcosa. Non posso lasciare nessun segno di violenza, né botte né sfregamenti né ammaccature, sennò domani questa va in commissariato. Ci do sotto con il lubrificante – una cosuccia mia, elimina tutte le tracce del mio DNA al di fuori di quelle che sparo alla fine. A forza di ravanare con le mani finisco per eccitarmi e, calatimi i pantaloni, approfitto per un paio d’ore della signora.

Le cambio pure posizione. Tanto è in coma. È come una bambola. Ci metto così tanto perché a metà strada mi ricordo di quanto è cretina, e questo mi indispone. Insomma, le sto mettendo nella pancia mio figlio, voglio veramente consegnarlo nelle mani di questi due…? Ma devo resistere, me lo chiede la scienza. Alla fine urlandole puttana riesco a concludere e sparo tutta la scarica su su fino alle tube di Falloppio. Lo tiro fuori, attento a non lasciar cadere niente, mentre Mara cade inerte sul letto, gonfia della mia roba. Così. Come la vacca che sei. È questo che sei, una vacca. Anzi no, perché offendere le mucche…? Tu sei semplicemente una scema. E guardando tuo marito che russa, la tentazione di incularlo una volta che mi sarò ripreso, ti confesso, è molto forte. Deve pagarla carissima per tutti i miserabili aneddoti che mi racconta da quando lo conosco. Ma il problema è che sia che lo inculi sia che gli venga in faccia, non sarebbe lì per godersi l’umiliazione – e la mattina dopo ci sarebbe del DNA non suo nel suo corpo, e quello difficilmente potrei farlo sparire.

È questo il problema del furto di paternità: è un piacere molto solitario.

Mentre passeggio per la stanza immersa nell’oscurità, quasi inciampo in una scatola abbandonata sul pavimento. Mi chino. Ma guarda, i buoni vecchi preservativi. Di solito le coppie che visito usano la pillola. Questi due evidentemente no. La confezione è aperta e ci sono per terra due o tre goldoni ancora incartati. Probabilmente volevano usarli, e poi si sono addormentati. Questo mi suggerisce un’idea divertente. Spoglio Giorgio e gli faccio ingerire due o tre pasticche di Cialis. L’effetto è immediato. Rimboccandomi le maniche – è come manovrare un freno a mano incastrato – e quasi slogandomi il polso per la fatica, lo sego con energia, fino a farlo schizzare di brutto nel preservativo che gli ho tenuto aperto davanti all’imboccatura. Dopodiché, con uno spillone, ci pratico un piccolo buco e butto il goldone bucato per terra accanto alla scatola. Crederanno di averlo usato loro due. Copertura perfetta: nessuno si insospettisce di un preservativo rotto. Questa gente non mette nemmeno l’allarme quando esce di casa, direi che si meritano un inquilino indesiderato in casa e uno nella pancia.

Rimetto tutto a posto come l’ho trovato, esco e chiudo a chiave, rieccomi nell’oscurità del boschetto. Un’ora dopo sono nel mio salotto, a poche ore dall’alba, e mi sto versando un calice di rosso. Buon Natale, Sergino.

 

Dato che non ho sonno, ho preso dal mio laboratorio alcuni quaderni dal mio archivio. È il registro generale, che ho iniziato dieci anni fa, tre città fa. L’azienda è grande e mi trasferisco spesso da una sede all’altra, fingendo di voler fare carriera. Nel registro ho annotato i nomi di tutte le madri. In maggioranza sposate o conviventi, perlopiù etero ma anche lesbiche, con una forte minoranza di stronzette single che non volevano figli (e che ho creduto di punire in modo poetico appioppandogli il mio). La più giovane ha quindici anni, la più anziana 45. Sempre conoscenze superficiali, che circuivo apposta – quante notti insonni, quante chiavi rubate e sistemi di allarme hackerati, quante telecamere nascoste. Mara è la numero 115. Non è tutto andato a buon fine, alcune non hanno portato a termine la gravidanza, in un paio di casi ci sono stati incidenti alla nascita. Sì perché li monitoro tutti, cosa credete – devo vedere come se la passano. Molti di loro avevano o hanno poi avuto fratellastri. Il più vecchio entrerà presto nell’adolescenza, e immagino che un giorno figlierà anche lui.

In alcuni casi ho messo incinta la signora molto a malincuore: sapevo di lasciare un figlio a due genitori che in condizioni normali non avrei salutato per strada per puro disprezzo. Sapevo che lo avrebbero cresciuto come un idiota, come erano idioti loro. Ma in linea di principio, mi son sempre ripetuto, questo non deve interessarmi. Lo dice la scienza. Non devo avere figli intelligenti, di buon senso, pieni di amore. Devo avere figli, punto. Figli sani che avranno altri figli sani. Il mio DNA deve passare alla prossima generazione, e a quella dopo, e a quella dopo ancora. Non posso limitarmi ai soliti due o tre. Devo averne quanti più posso (se resisto fino ai sessant’anni e tengo questa media, forse arrivo a cinquecento). Possibilmente, non con gente che gli passi una malattia genetica che me li ammazzi prima dell’età fertile. Guardatevi un documentario sulle gazzelle, funziona uguale. Funziona uguale dappertutto, per tutti, da sempre, dal tempo dei protozoi. Riprodursi.

Funziona ancora meglio se risparmi energie. Cioè se tuo figlio, il tuo investimento genetico, che normalmente ti dovrebbe ridurre allo stremo delle forze, viene cresciuto da un’altra coppia, ignara del fatto che il bimbo che hanno tra le braccia è loro solo per metà. I cuculi fanno così. Sono parassiti di nidi. Mamma cuculo approfitta dell’assenza di una coppia di uccelli e depone un uovo nel loro nido già pieno. Appena nato, il pulcino di cuculo butta giù a testate le uova della coppia, che lo nutre non riuscendo a distinguerlo dai loro pulcini. Tutti i loro sforzi sono vani. La loro discendenza è spiaccicata sul terreno da mesi. Quello che stanno curando e amando è un piccolo mostro.

Ma anche io, che parole che uso. Non si dovrebbe antropomorfizzare, è etologia, mica Shakespeare. Tra l’altro io mica ammazzo embrioni legittimi. Mi limito a fecondare quelli disponibili, e togliere il disturbo. Non muore nessuno. Semplicemente, un centinaio di maschi europei cis etero bianchi e ricchi non passa il suo DNA alla prossima generazione – o lo passa meno di quello che crede. E quindi? Quando finalmente la migrazione finirà e qui saremo tutti mischiati tra asiatici, africani, brasiliani e che so io, chi oserà scopare con un bianco ricco e nevrotico quando c’è del vero ben di Dio a due passi da casa?

– Buon Natale, Sergino, sento sibilare nelle tenebre.

– Buon Natale, figli e figlie, rispondo.

Leggi anche