Smisuratezze

Su Affamata di Melissa Broder

Rachel vive per intermittenze, le sue giornate passano tra lunghe e trepidanti attese e bagliori di appagamento, finiti prima che abbia il tempo di goderne a pieno. La protagonista dell’ultimo romanzo di Melissa Broder, Affamata, tradotto da Chiara Manfrinato per NN Editore, conosce soltanto una misura del tempo, equivalente a quello che manca prima del prossimo pasto.

Rachel, la protagonista, bilancia con maestria una ferrea routine di restrizione calorica con una monotona carriera hollywoodiana. È impiegata in una talent agency guidata da un capo dichiaratamente femminista, portavoce della giustizia sociale dell’Instagram e soprattutto consapevole del suo Privilegioä. Al lavoro, schiva gli ambigui e incomprensibili tentativi di flirt di Jace, un attore rinomato per il suo fisico marmoreo, ed è perseguitata da scenari erotici incentrati su una collega più grande, Ana, da cui si immagina di essere allattata. La sua quotidianità si ripete all’identico, settimana dopo settimana: mangia, lavora pensando a cosa divorare più tardi, compensa ogni apporto calorico calcolando l’esatta quantità di esercizio fisico richiesto. Una volta a settimana tiene uno spettacolo di stand up comedy, unico evento che distingue i giorni gli uni dagli altri confermando che, purtroppo o per fortuna, il tempo continua a scorrere.

Rachel non è sicura di sapere cosa significhi mangiare in modo normale. Ha problemi con il corpo da quando ne ha memoria e ha assorbito l’ossessione per il peso della madre: insieme, si controllano, si limitano e si congratulano a vicenda per ogni grammo perso. Prima le cose erano più semplici e il comandamento matero era l’unico da seguire: non mangiare. Da quando è a Los Angeles, Rachel ha dovuto creare un confuso surrogato delle loro vecchie abitudini in cui riecheggia la voce materna, che ha assunto la forma di leggi forse ancor più difficili da seguire. Infatti, con l’allontanamento da casa, tramite ripetuti atti di microscopica ribellione, Rachel cesella queste parole, le modifica. Il nuovo dogma le impone di mangiare, ma sempre il meno possibile, e di giustificare e tabulare ogni boccone che ingerisce.

Nutrita delle paranoie e insicurezze materne, Rachel si rivolge ad una psicoterapeuta con cui ha un rapporto altalenante, ma che le prescrive un detox dalla madre di almeno novanta giorni, durante i quali dovrà sospendere ogni contatto con lei. Il racconto si apre proprio su questa sfida e date le premesse, è quasi impossibile scommettere sulla protagonista.

Eppure me la portavo dentro: la sua voce, i suoi princìpi, le sue paure, le sue idee sul cibo, sul corpo, sul mondo, sugli uomini e le donne. Si era impiantata in me, a livello cellulare, da tempo immemorabile, e si era propagata nei miei organi – il cervello, il cuore – finché era diventato impossibile stabilire dove finiva lei e dove cominciavo io.

Un equilibrio tanto fragile, però, non può che spezzarsi: un giorno una nuova commessa inizia a lavorare alla yogurteria di fiducia di Rachel, dove si apparta ogni giorno per divorare una quantità perfettamente soppesata di yogurt senza zucchero in pace. Si chiama Miriam e la prima volta che Rachel le chiede la sua dose di yogurt, infrange uno dei pilastri della sua quotidianità riempiendo la coppetta oltre l’orlo, al di là del limite invalicabile fissato da Rachel e che il vecchio commesso aveva sempre rispettato senza far domande. Non contenta di servire una cliente apparentemente incurante delle infinite combinazioni di sciroppi e topping a disposizione, Miriam ignora le sue indicazioni. Questo gesto di generosità per Rachel è un oltraggio, un’intromissione non richiesta in una complessa operazione di livellamento di introito e consumo quotidiano, ma è solo l’ombra di ciò che verrà: Miriam condurrà verso abbondanze, sapori e piaceri proibiti troppo a lungo.

L’incontro con Miriam fa implodere il ritmo vitale di Rachel, fondato sulla restrizione. La protagonista annaspa mentre cerca di appigliarsi alle fidate regole che avevano domato i suoi desideri per così tanti anni. Ogni giorno, Miriam propone a Rachel una enorme, irresistibile violazione del suo piano calorico, fatto apposta per lei. Parlano, vanno al cinema, mangiano al cinese kosher di fiducia di Miriam e Rachel ha i brividi ogni volta che si sfiorano. Miriam brilla di una luce potente, acceca Rachel con la sua noncuranza, con il suo abbondano al piacere del mangiare. È una donna grassa e l’accettazione così sfrontata del suo corpo inizialmente rasenta l’offesa per Rachel: l’abbondanza di Miriam vissuta con giubilo, in assenza di sensi di colpa rimette in discussione l’aureola di purezza e superiorità che proietta sui corpi magri e di cui vorrebbe rilucere anche lei. Rachel si innamora di una donna che rivendica ciò che più teme, l’esuberanza, la grassezza, e le forme di Miriam mutano da minaccia a infinita fonte di desiderio e piacere. La prima volta che si baciano, Rachel tace mentre rimbomba di suppliche: «Sali da me, per favore. Sali insieme a me nel mio stupido, insignificante appartamento con le pareti bianche e il frigo vuoto e il parquet spoglio, nel mio appartamento che sembra una voragine.»

Questo romanzo parla di fame, di una fame esplosiva, fisica, emotiva, sensoriale e Rachel è sovrastimolata dal ritorno simultaneo di eccitazione e appetito. Non riesce più a ignorare la fame e cede di fronte al groviglio sinestetico che la perseguita, amore e sazietà, mai più solitudine e vergogna per lo stomaco che ringhia in pubblico: «Se non amavo Miriam, se era pura e semplice attrazione, allora non avrei mai saputo cos’è il vero amore – e non mi importava saperlo».

Miriam viene da una famiglia ortodossa e porta Rachel a provare a ricominciare a praticare nonostante si fosse lasciata l’ebraismo alle spalle con il distacco dalla madre. Questa esperienza la conduce anche ad una rinnovata percezioni dei corpi, riflessa dal suo personale golem scolpito durante una sessione di arteterapia. Rachel crea un corpo fatto di eccessi, privo di disciplina e moderazione e cercherà poi di sbarazzarsene, fallendo volta dopo volta: la figurina non le permette di ignorare le sue nuove scoperte.

Volevo delle barriere. Volevo che fossero soffici, che somigliassero al grembo materno, invece mi ero accontentata di una cripta glaciale. Una cripta che mia madre mi aveva aiutato a costruire ma che adesso era soltanto mia.

Nel racconto, la tentazione erotica e la perversione sono il terreno della scoperta di sé al di fuori del disturbo e sprigionano mille nuove possibilità del corpo: godere e far godere, ingrassare e assaggiare, ammorbidirsi, accarezzarsi. L’amore tra Rachel e Miriam, tanto tenero quanto esplosivo, fiorisce sotto il segno della golosità, che si mescola all’eccitazione. La loro sessualità è irrimediabilmente segnata dalle loro esperienze culinarie condivise e gran parte della loro chimica sorge a partire dalle papille gustative. Le loro cene al ristorante cinese kosher sono tra gli episodi più potenti del romanzo: ogni portata è descritta con la minuzia di chi la scruta piena di desiderio, per ricordarsene anche nel caso di un’eventuale rinuncia. Sono passi intimi e teneri, ma in cui non vengono risparmiati gli impulsi restrittivi e autolesionisti di Rachel mentre impara a mangiare lentamente, assaporando tutto senza dover nascondere le prove.

La loro storia smentisce l’annoso motto che vanta di governare ogni relazione che funzioni: forse non bisogna veramente saper amare se stessi per amare l’altro. Il loro rapporto non viene stroncato sul nascere per il fatto che Rachel sia così inflessibile con se stessa. Al contrario, la protagonista fa l’esperienza di una cura nell’amore e l’affetto dimostratole da chi la circonda si rifrange su di lei, la contagia. Scopre di essere visibile anche a occhi clementi, pronti a perdonare, e non soltanto al persecutorio e implacabile sguardo materno. Passa lo Shabbat con la famiglia di Miriam, all’oscuro della componente romantica del rapporto che lega le due ragazze, e si sente al sicuro, circondata da una famiglia premurosa e genuinamente felice di passare il proprio tempo insieme.

Non avevo mai immaginato che quel genere di calore potesse essere così confortante, generoso. Avevo passato un mucchio di tempo cercando di ridurmi, di scomparire. Temevo che la luce e il calore fossero una trappola, un trabocchetto, una falsa promessa: ti spingevano ad abbassare la guardia, a mostrarti vulnerabile e poi, zac!, arrivava la mazzata. Meglio abituarsi al freddo. Meglio imporsi il freddo. Per essere preparati.

Rachel è invasa dal loro calore, ma metterà fine agli Shabbat passati insieme con una spontanea operazione di autosabotaggio, eseguita alla perfezione, lasciandosi scappare un commento antisionista a tavola. La relazione con Miriam soffre questo evento e Rachel si adatta a questo nuovo equilibrio. Ha raggiunto una forma di abbandono e affrancamento nell’amore e nella perversione, sempre tinte però di tonalità disperate e supplichevoli. Per lei, la sofferenza e la negazione rimangono un rifugio abitudinario, nonostante il suo dolore non si presenti più come prima, sotto forma di minuscoli gesti quotidiani orientati a mantenere un ordine imperturbabile.

Questo racconto lucidissimo ci mette di fronte alla dolorosa verità di ciò che segue l’illusione di essere riusciti nella fuga, recidendo ogni legame malsano, e di disporre di un’indipendenza sconfinata, tutta rivolta al futuro. Offre infatti uno spaccato su quello che accade dopo il primo successo, che è il momento in cui si concludono molte storie. Sicuramente l’approdo a Los Angeles rappresenta una prima vittoria nel percorso verso l’indipendenza di Rachel, ma nonostante viva a 4.500 chilometri dalla madre ogni suo gesto ne riecheggia le ossessioni, le critiche mascherate come consigli, le preoccupazioni.

Broder è crudele e mostra una precisione tagliente. Parla senza filtri di depressione e disturbi dell’alimentazione, dell’isolamento soffocante che deriva da una vita governata da così tante regole e del terrore che queste possano crollare se mostrate a all’altro. Il romanzo, però, è tutto fuorché asettico ed è attraversato da tonalità oniriche che raggiungono un culmine negli incontri tra Rachel e il suo rabbino, pronto a elargire consigli sacrileghi nel quieto regno del sonno, spingendo la protagonista lungo una strada che la condurrà lontano dall’ortodossia, perduta e ritrovata al di fuori della madre.

La lettura di questo romanzo è un’esperienza altalenante quanto lo spettro emotivo della protagonista: le perversioni comiche e strazianti di Rachel ci sconvolgono e la miscela letale di ossessioni erotiche e richieste di amore e contatto è disperatamente toccante. La voce di Broder è quella di una persona pronta a dire di sé ciò che chiunque altro nasconderebbe. La stessa frase può disturbare, ma anche far sentire meno soli: l’ho pensato anche io, l’ho voluto fare, ho immaginato come sarebbe stato, non l’ho mai detto ad alta voce.

Affamata è un agglomerato di eccitazione, sollievo, scabrosità e commozione. L’autrice racconta un disturbo dell’alimentazione senza alcuna sfumatura di pietismo e mostra due diverse esperienze di scoperta del lesbismo senza drammi e spettacolarizzazioni, riuscendo in un’impresa combinata raramente eseguita con tanta lucidità. È un racconto prezioso che inscena una relazione destinata a non durare, e non per questo meno carica di significato, che smentisce la narrazione dominante del rapporto che lega amore e malattia. Prendersi il rischio di innamorarsi e permettere agli altri di guardarci con amore non sono esperienze da riservare soltanto a chi già soggiace al dogma dell’“ama te stesso”.

Quando Rachel sogna il suo rabbino, che le intima di non trascurare il corpo, di appagarlo come la mente, nella versione originale del testo aggiunge: “For a little love, you pay all your life”. Per un po’ d’amore, che è abbandonarsi, veder scontornare il proprio corpo, disconoscere pesi e misure, linguaggi e abitudini istantaneamente invecchiati per lasciarne fiorire altri, non è possibile pagare poco – ma questo pagamento non si traduce necessariamente in martirio. Un cambiamento così radicale non va letto infatti secondo la legge del sacrificio.

La radice della forza del romanzo sembra giocarsi tutta in una battuta che Broder ci incoraggia ad accogliere nelle sue implicazioni inverse. Quando la psicoterapeuta di Rachel le prescrive il digiuno comunicativo con la madre, afferma che non tutto ciò che fa male è sbagliato. Broder fa il contrari e ci ricorda che non è sbagliato neanche tutto ciò che ci fa bene: i nostri desideri non sono condannabili e c’è gioia nel scoprirsi «smisurata, nell’impero delle misure».